The deception of happiness.


Un leggero bagliore di luce illuminó il mio viso. Aprii lentamente gli occhi, e mi resi conto di aver dormito molto. Mi alzai dal letto ed un profumo invitante mi costrinse a raggiungere il piccolo tavolo al centro della camera. Sopra al vetro delicato c’era un vassoio con del caffè caldo e molti dolci. Il mio stomaco iniziò a brontolare e divorai tutto. Mentre mangiavo mi resi conto che era da un sacco di tempo che non facevo un pasto decente, dalla mia caduta circa. Una volta terminata la colazione andai in bagno e riempì la vasca marmorizzata di acqua calda. Una volta che si fu riempita mi spogliai e mi ci immersi. Una volta dentro mi resi conto di come quell’acqua riuscisse a calmare i miei nervi e riuscisse a farmi rilassare. Era come l’acqua torbida della cascata. Mi lasciai sprofondare nel liquido fino a che non ne fui completamente ricoperta e dopo qualche istante riemersi. Sentivo il mio corpo più forte e pieno di energie, ma la mia mente si bloccò quando realizzai che non avevo vestiti puliti da mettere. Pensandoci però avrei potuto trovare qualcosa da indossare in tutti quegli armadi. Uscii dalla vasca e avvolsi un asciugamano attorno al mio corpo. Mi diressi verso il primo dei grandi armadi ed una volta aperto mi si illuminarono gli occhi. All’interno degli armadi c’erano tantissimi vestiti, di ogni genere e colore. Iniziai ad accarezzarli con la mano e subito ne scelsi uno. Era nero con un corpetto e del pizzo. Un miniabito in stile gotico che avrebbe sicuramente fatto risaltare la mia pelle chiara. Mi asciugai e lo indossai. Successivamente trovai un paio di anfibi con un tacco non troppo alto e li indossai. Una volta finito mi diressi allo specchio e mi guardai, mancava ancora qualcosa. Così raccolsi i capelli in una coda alta e li legai con un nastro nero. Ora andava bene. Il tutto si sposava perfettamente con la mia pelle chiara ed i miei occhi. I capelli risplendevano su tutta quell’oscuritá e illuminavano il mio viso. Ma i miei pensieri furono presto interrotti quando la porta della camera si aprì.

Sgranai lo sguardo, non potevo credere a quello che vedevo. Kilian era sulla soglia della porta e mi chiese di recarmi dal padrone di casa. Senza che riuscissi a dire nulla iniziai a dirigermi verso di lui. Ma al posto di attaccarlo mi limitai a guardarlo dall’alto in basso e me ne andai. Avevo una buona memoria quindi non ebbi bisogno di lui per essere accompagnata da mio padre. Una volta giunta alla sala dove mi attendeva feci un respiro profondo. Gli avrei chiesto chi fossero le persone in quella foto ed avrei approfondito anche il motivo di tanta gentilezza nella mia accoglienza. Era tutto meraviglioso certo, ma comunque nel profondo del mio cuore sapevo che c’era qualcosa che non andava. Sarebbe stata solo questione di tempo prima che tutto finisse. Scrollai via i pensieri e con il più bello dei sorrisi spalancai le porte e mi diressi da mio padre. Quando mi vide si illuminarono gli occhi. Si avvicinò a me e spostandomi una ciocca libera dietro le orecchie mi disse che ero bellissima. Mi invitò a sedermi al suo fianco e mi chiese come avevo riposato e se avevo gradito la camera che aveva scelto per me. Gli risposi che era stato tutto perfetto, ma notó la titubanza nella mia voce. Mi chiese cosa ci fosse che non andava, ed io gli mostrai la foto. Per un attimo credetti di aver visto una lacrima scendere, ma non ne fui certa. Senza che io chiedessi nulla iniziò a raccontarmi della foto e delle persone al loro interno. Quelle erano la mia famiglia. La mamma, un angelo del paradiso. Era bella come un sogno e dolce come solo una madre può essere. Amava veramente mio padre, e da quell’amore nacquero due bambini. Un demone con sangue angelico ed un angelo con sangue demoniaco. Per il primogenito nessuno si preoccupò poiché non gli era permesso salire in paradiso. Ma una volta nata io, la questione si fece più delicata ed uccisero mia madre. Non permisero ne a mio padre ne a mio fratello di vedermi e mi crebbero come un soldato. Mio padre avrebbe voluto avermi con sé, ma nascosero il mio potere in modo che non riuscisse a trovarmi. Mentre io crescevo nelle schiere angeliche, mio padre e mio fratello lottavano per ottenere il trono dell’inferno. Una volta ottenuto iniziarono a cercarmi in lungo ed in largo fino a che non caddi dal paradiso. Da quel momento in poi mi tennero sotto controllo ed una volta risvegliata mi portarono da lui. Gli chiesi, curiosa, dove fosse mio fratello. A quella domanda si incupì e la sua voce si fece più severa. Mi disse che aveva perso la sua parte angelica ed ormai non avrebbe più potuto governare ne lottare in quell’inferno crudele. Gli era stata strappata via la parte che lo rendeva forte e speciale, il migliore di tutti. Si voltò verso di me e mi fulminò con lo sguardo. A quel punto sentì un brivido percorrere la mia schiena e gli chiesi il nome di mio fratello maggiore. Un ghigno gli solcò il viso ed una volta terminato di ridere mi chiese come fosse possibile che non me ne fossi accorta prima. Il mio caro fratello era Kilian. In quell’istante tutto ciò che avevo costruito crollò. Per un attimo ebbi la sensazione di svenire. Mi alzai di scatto lo guardai e con educazione gli dissi che sarei tornata nelle mie stanze. Lui mi prese per il braccio e mi tirò a se. Mi disse di non preoccuparmi e che non era arrabbiato con me, ma con Kilian. Era lui ad essere debole ed in un certo senso meritava la punizione che gli avevo inflitto. Davanti agli occhi di mio padre risultavo io la più forte e lo sarei per sempre stata. Mi liberai dalla sua presa e dopo avergli mostrato il più sincero dei miei sorrisi me ne andai. Una volta uscita dalla sala iniziai a correre nei corridoi fino a prendere il fiato. Mi appoggiai ad una parete e mi sedetti a terra. Le lacrime iniziarono a scendere come pioggia in una tempesta. Come poteva essere possibile? Perchè Kilian non mi aveva detto nulla? Perchè non mi ero accorta di nulla? Lo amavo, e speravo che una parte di lui provasse ancora lo stesso per me. Ma nonostante questo eravamo fratello e sorella e tutto ciò era estremamente sbagliato. Non era naturale. Ma d’altronde anche noi non lo eravamo. Eravamo frutto di unioni sacrileghe e ricoperti da poteri fuori dalla comprensione persino degli angeli. Appena riuscii a calmarmi mi alzai da terra e ripresi a camminare. Guardandomi intorno mi resi conto di non aver mai visto questa parte del castello, così curiosa mi ci addentrai. Tutto era buio, non si vedeva quasi nulla. Avrei voluto accendere qualche fiamma, ma dei passi mi fecero cambiare idea. Mi nascosi e vidi passare Kilian in compagnia di altri due demoni. A quel punto percepii che qualcosa non andava e iniziai a seguirli. Dopo qualche corridoio entrarono in una stanza e chiusero la porta dietro di loro. Pochi istanti dopo sentì Kilian urlare dal dolore. Nonostante fossi stata io a ridurlo così, ci tenevo ancora e poi anche se aveva provato a tradirmi restava lo stesso mio fratello. Senza pensarci due volte aprii la porta e quando entrai la scena che mi trovai davanti mi fece accapponare la pelle.

Kilian era riverso con il volto al suolo ed interamente ricoperto di sangue. Lo stavano troturando. Alzai lo sguardo da Kilian alle due guardie addette al lavoro sporco. Gli occhi si illuminarono di fuoco e chiesi alle guardie chi fosse il mandante di quell’ordine. Sorrisero e mi dissero che era stato mio padre. Ormai non sarebbe più servito a nulla poiché era debole. Io sarei stata l’unica erede e Kilian sarebbe dovuto sparire. Ero ancora confusa, arrabbiata e colma d’ira, ma non avrei permesso a nessuno di ucciderlo. Guardai le due guardie e con uno schiocco di dita le feci sparire in una nube di polvere. Mi avvicinai a Kilian e quando provai ad aiutarlo mi colpì. Mi urlò che mi odiava e che tutto quello che stava accadendo era colpa mia. Gli ricordai che era stato lui a volerlo, tentando di uccidermi. A quel punto si inferocí, si alzò con le forze che gli restavano e mi conficcó un pugnale nell’addome. Guardandomi negli occhi mi disse che non mi aveva mai amata, che non gli interessava nulla di me. Lui stava eseguendo gli ordini di papá e se fosse riuscito ad uccidermi avrebbe ereditato il trono. Ma io avevo mandato in frantumi tutto, perché ero più forte di lui. Una lacrima solcò il mio viso, ma non era di tristezza. Un senso di allegria pervase il mio essere. Iniziai a ridere a crepapelle mentre toglievo il pugnale dalla pancia. Il sangue sgorgava, e la ferita non si rimarginava. Ero io che non volevo farla rimarginare. Lo guardai e lo ringraziai per avermi detto come stavano le cose. Uscii dalla stanza e mi diressi nella sala dove si trovava mio padre. Una volta entrata lo guardai e mi complimentai con lui. Gli dissi che non era affatto diverso dagli angeli. Nessuno li lo era. Erano tutti quanti disposti ad uccidere, anche chi amavano, pur di ottenere quello che volevano. Si alzò di scatto e venne verso di me. Notai un velo di preoccupazione quando capì che mi stavo lasciando morire e mi implorò di non farlo. Ma pur di rovinare i suoi piani e quelli di Kilian avrei fatto questo ed altro. Gli sorrisi e gli dissi di non preoccuparsi, sapevo che non gli importava nulla di me. Così come Kilian voleva solo il mio potere. Ma non lo avrei concesso a nessuno. In quell’istante entrò Kilian nella stanza, con il pugnale in mano ed il mio sangue che colava da esso. Mio padre lo guardò e si scagliò contro di lui chiedendogli cosa aveva fatto e lui rispose dicendogli che lo aveva voluto lui. Era stato un suo ordine ed alla fine lo aveva rispettato. Iniziarono a combattere, ma dovettero fermarsi poco dopo. Gli occhi iniziarono ad appannarsi e iniziai a sentire tanto freddo. Avevo imparato a controllare il mio potere ed ora gli stavo imponendo di non salvarmi. Ero stata tradita da tutti e restare in quel luogo non sarebbe servito a nulla. Esalai l’ultimo respiro e scomparvi un una nuvola di cenere. Anche se per poco ero stata felice. In paradiso avevo combattuto fianco a fianco con Damien ed avevo potuto provare l’amore. Cadendo avevo incontrato Kilian, e nonostante il tradimento provavo ancora qualcosa di forte per lui. Lo avevo amato con tutta me stessa ed avevo imparato a credere anche in me. Avevo ritrovato persino la mia famiglia, anche se per qualche secondo. In quel poco lasso di tempo ero stata felice. Avevo sorriso sinceramente ed amato incondizionatamente. Ma come tutte le cose belle, anche quelle erano destinate a finire. La felicità mi aveva ingannata, rendendomi incapace di vedere la realtà. Ero stata accecata dalle emozioni. Ma alla fine avevo lo stesso deciso io come gestire la mia vita ed il mio fato. Nonostante l’inganno che la felicità mi aveva riservato, avevo scelto senza rimpianti di cessare di esistere.


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