Innocence lost.


Una voce calda e comprensiva riempiva il mio cuore, mentre le lacrime continuavano ininterrottamente a scendere. Le urla che rimbombavano in quelle mura non facevano altro che colpirmi come un pugnale. Solo quando quell’essere, attraverso lo specchio, parlava riuscivo a stare bene. Era come se la sua voce riuscisse ad entrare nel mio petto, calmando un cuore sofferente e tormentato. Mi asciugai le lacrime ed andai allo specchio. Avevo circa dodici anni. Ero piccola fuori, ma dentro ero già giunta alla conclusione che facendola finita forse avrei smesso di soffrire. Una volta visto il mio riflesso, le lacrime continuarono a scendere. Gli occhi gonfi per il pianto, i capelli scombinati per averli tirati. Portai le mani alle orecchie per riuscire a non sentire le urla continue provenienti dalle altre stanze. Avevo paura, perché se solo avessi provato a mettermi in mezzo a quella discussione tra adulti si sarebbero sfogati su di me. Ma non riuscivo più a sentirli, volevo che si fermassero. Nello specchio prese forma un mostro, lo stesso che riusciva a calmarmi quando mi trovavo in queste situazioni. Tolsi le mani dalle orecchie e le appoggiai allo specchio nella speranza che quell’essere mi portasse con sé. Ma non poteva. Così con le mani appoggiate al vetro, continuavo a guardarlo. D’improvviso parlò nuovamente e mi chiese : ” Vuoi un abbraccio?”. Senza esitare gli feci cenno di si con il capo. D’un tratto una sensazione di caldo e tranquillità avvolse il mio corpo. Lui stava abbracciando il mio riflesso, ma in un certo senso era come se stesse abbracciando anche me. Pur essendo una creatura oscura e spaventosa, a me piaceva. Era l’unico che in quel disastro riusciva a farmi stare bene. Molte volte gli avevo chiesto di portarmi con sé, ma aveva sempre rifiutato. Non voleva che sofrissi ancora, soprattutto con lui. Da dove veniva lui le urla erano la cosa minore per cui soffrire. Il luogo da dove proveniva era molto peggio del luogo dove mi trovavo io. Avrebbe voluto salvarmi da quella situazione, ma sarebbe comunque dovuta essere una mia scelta. A riguardo di tutto ciò era sempre molto vago, mi raccontava molte cose ma non scendeva mai nello specifico. Ma nonostante ciò, era l’unico in grado di farmi sorridere. L’unico che in quell’inferno riusciva a farmi sentire in paradiso.

Lentamente le voci tornarono a sovrastare la sua, e nel nulla sparí. Cercai invano un suo abbraccio ed il suono della sua voce. Ero tornata sola con loro ed ero stanca. Troppo stanca di tutta quella rabbia che portavo dentro. Così mi alzai di scatto ed uscì dalla stanza. Gli avrei affrontati, gli avrei detto di smetterla una volta per tutte. Ma al posto di apprensione ottenni l’opposto. A quel punto ero diventata io l’oggetto su cui sfogarsi. Perchè questo ero, niente altro che un corpo su cui sfogare la propria rabbia e frustrazione. Schiaffo dopo schiaffo, pugno dopo pungo, continuavo ad urlare più forte di loro. Nulla di fisico poteva ferirmi, ci ero ormai abituata. Ne avevo prese talmente tante per essermi intromessa tra loro, che neanche io ricordavo cosa fosse il dolore. L’unica cosa capace di ferirmi erano le parole. E con quelle mi attaccarono dopo avermi riempita di lividi. Si pentirono di me, si chiesero perché non fossi perfetta, perché fossi così sbagliata. Ai loro occhi ero solo l’ennesima delusione di una vita lastricata di sbagli. Ero solo un peso. Un inutile corpo animato degno solo di ricevere odio. Davanti a loro sembravo priva di anima. Mi dimostrato forte e temeraria. Gli facevo credere di essere più forte di tutti quei pugni e schiaffi. Per un po’ lo credetti anche io, fino a quando le urla si soffocarono fino a diventare sussurri di odio puro. Ad ogni parola sparsa nell’aria della stanza, un pezzo del mio essere andava in frantumi. Come coltelli, quelle lettere scalfivano la mia pelle. Un dolore profondo mi avvolgeva. Ero sola, e ciò che definivano casa, per me era l’inferno.

Passarono molti anni da quell’episodio, ma nulla cambiò. Le parole continuavano a ferirmi. Giorno dopo giorno venivo distrutta in parti sempre più piccole. Di quel passo non sarei più riuscita a ricompormi per affrontare la vita. Ero stanca, molto stanca. Non importava cosa facessi o cosa dicessi, tutti erano sempre pronti a distruggermi. Un giorno di pioggia, dopo essere stata fatta in frantumi dalle parole di chi mi circondava, mi buttai in lacrime sul letto. In quel momento tutto l’odio e il dolore diedero sfogo alla loro esistenza. Iniziai ad urlare disperata, mi tirai i capelli nella speranza che quelle parole uscissero dalla mia mente. Tutto l’odio che provavano era dentro la mia testa e rimbombava come un eco maledetto. Improvvisamente la pioggia si trasformò in un temporale violento. Ad ogni tuono le vetrate delle mie finestre tremavano. La paura che incuteva quel temporale su tutti gli altri mi faceva sorridere. La violenza con cui la natura si sfogava sulla Terra, mi rendeva in un certo senso tranquilla. Era come se aspettassi che si sfogasse su che mi aveva ferito. Speravo che ciò accadesse, e questo mi dava la speranza di andare avanti. Ma nonostante le speranze avrei voluto qualcosa di più. Avrei voluto smettere di soffrire per sempre. Non volevo più essere ferita dalle parole di quei mostri con cui vivevo. Così, in quella tempesta mi avvicinai allo specchio e chiamai l’entità al suo interno. Si materializzò all’interno del vetro e mi appoggiò una mano sulla spalla. Mi chiese cosa fosse successo e glielo spiegai. Un velo di rabbia attraversò la sua voce mentre mi rassicurava. Lo guardai, e dopo un lungo attimo di silenzio, gli chiesi di aiutarmi a smettere di soffrire. Lui mi guardò e mi chiese se ne ero davvero sicura. Gli feci cenno di si. Mi spiegò che un patto del genere avrebbe preteso un pagamento abbastanza importante. Curiosa gli chiesi cosa volesse in cambio e lui mi risposte che avrebbe voluto me. Per un attimo fui perplessa, ma senza pensarci troppo accettai. Da quel momento non avrei mai più sofferto. Non avrei provato più nulla e mi stava bene così. Anche se non sarei mai più potuta essere felice, allegra e non mi sarei potuta innamorare. L’importante era non soffrire più. Così con un bacio attraverso il vetro sigillammo il patto. Dopo ciò mi resi conto che il dolore e l’umiliazione che provavo erano svanite, insieme a tutto il resto. Non provavo più nulla, e non lo avrei fatto per molto tempo. Avevo appena perso la mia innocenza vendendo la mia anima, e quel che sarebbe rimasto di me, a quel mostro nello specchio.


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2 risposte a "Innocence lost."

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