Confused reality.


Non vi fu tempo neanche per capire cosa fosse successo. VIdi un medico entrare, mia madre piangere e il mio corpo ripoerto di graffi, sanguinare.  Appena il dottore varcare la porta non feci a meno di notare la siringa che aveva in mano. Mia madre corse da me e mi tenne stretta mentre quell’ essere col camice bianco mi iniettava un tranqullante. Sentii in lontanaza mia madre che spiegava cosa fosse successo, ma non la verità. Diede tutta la colpa a me. Ma non riuscii a controbbatere. Il farmaco stava facendo in fretta. Così mi limitai ad allungare una mano verso il viso ed asciugarmi la lacrima che solcava il mio innocente viso. Nuovamente nella mia vita, le menzogne e il dolore mi facevano compagnia. Ad una parte di me mancavano, d’altronde erano una parte del mio essere. In un certo senso, grazie a loro, ero diventata quella che ero. Avrei solo voluto che le cose andassero diversamente. Essere traditi più volte da colore a cui teniamo ci rende solo insicuri, rancorosi, crudeli ed assolutamente soli.

Il mio corpo vibrava, era come se mi stessi muovendo ma allo stesso tempo fossi ferma. Aprii le palpebre, ma la vista era ancora parecchio sfuocata. Voltai la testa in entrambe le direzioni, nella speranza di capire dove mi trovassi. Non fu facile, ci vollero parecchi minuti prima che =comprendessi il guaio in cui ero. Mi trovavo all’interno di un’ ambulaza. Affianco a me c’era una ragazza, l’infermiera. Non appena si accorse del mio sguardo, stanco e terrorizato, si avvicinò a me e mi sussuró all’ orecchio di restare tranquilla. Provò nel limite dei suoi poteri a dirmi ciò che stava succedendo e sarebbe successo. Ovviemente mentii su molti aspetti riguardanti ciò che mi aspettava. Nonostante fossero buygie, in un certo senso mi tranquillizzarono. Alzai lo sguardo al tetto dell’ambulanza e riuchiusi lo sguardo.

Un paio di ore più tardi percepii che qualcosa era cambiato. Senza farmi controllare dalla paura e dall’ ansia, aprii nuovamente gli occhi. Ci stavamo fermando. In quel preciso momento capii che il mio inferno personale era dietro lo sportello di quella vettura. Feci un respiro pronfodo e provai a pensare positivo, senza riuscirci totalmente. Un accenno di sorriso apparve sul mio viso pallido, ed insieme ad esso le lacrime inizarono a lacerarmi gli occhi. Avevo paura, anzi ero terrorizzata. Cosa sarebba accaduto in quella struttura? Come si sarebbe evoluto il miuo futuro? Avrei mai più rivisto Lian? Un dolore lancinante al petto mi sconvolse. Non riuscii a riprendere fiato in tempo, l’infermiera mi diede una mano ad alzarmi dalla barella dove ero sdraiata. Mi accompagno fino all’entrata di quel luogo e cercò di rassicurarmi.

Una villa enorme mi si poneva davnti con un’agghiaccinte tono gotico. Il portone davanti alla quale mi trovavo era scuro, usurato dal tempo. Il tutto era inaspettamente stupendo. La mia curiosità iniziò a fare breccia nel mio corpo. Lo sguardo iniziò a scrutare tutto quello che mi circondava. Toni scuri, usura del tempo, l’aspetto artistico e storico di quel luogo mi rasserrenavano. In un certo senso era come se mi sentissi a casa.

L’ infermiera mi salutò cvon un abbraccio, prima di voltarsi e sparire dietro di me. Non mi voltai e rimasi fissa davanti alla porta. Il cuore batteva all’impazzata, fino a quando una figura alta e quasi angelica mi aprii. Era un ragazzo alto, con una carnagione molto chiara. Dei capelli color cenere scendevano lungo le sue spalle.  Aveva occhi color ghiaccio, profondi e incredibilmente dolci. Quando si presentò a me, dandomi il benvenuto all’interno del centro, notai che la sua voce mi ricordasva qualcuno con cui avevo già parlato. Così dopo essermi presentata, gli chiesi se ci fossimo già visti in precedenza. Il suo tono di voce non varió quando negó di avermi già vista, e per questo credetti alle sue parole.

Mi fece fare un giro dell’istituto e mi spiegò come mi sarei dovuta comportare al suo interno. Mi accompagnò poi davanti alla mia stanza. Mi sorrise prima di andarsene. Quel ragazzo molto giovane era il direttore della struttura. Il suo nome era Reiyel e da questo intuì che fosse straniero. Eppure la sua voce continuava a ricordarmi qualcuno, ma non riuscivo a ricordare chi. Mentre il mio cervello provava a cercare qualche inidizio entrai nella stanza a me assegnata. Era spoglia, con pareti color menta. Un letto, una scrivania e un piccolo armadio erano le uniche cose al suo interno. Appoggiai le mie valigie sul letto e iniziai a sistemare tutto. All’ improvviso qualcosa fuori dalla finestra attiró la mia attenzione. Era Lian. Provai a fargli cenno di avvicinarsi e aprii la finestra in modo che potesse entrare. Non esitó ad abbracciarmi appena varcata la soglia. In un secondo mi trovai sommersa di domande, alle quali risposti serenamente con un sorriso ed un ” Va tutto bene”. Ci sedemmo sul letto e mi chiese come fosse il posto. Gli dissi di aver incontrato il Dottor Reiyel, raccontai del giro della struttura e di quanto fosse stato gentile nei miei contronti. Al sentire solo il nome notai che un velo di preoccupazione iniziò a ricoprirlo. Si incupí non appena gli chiesi cosa fosse successo. Provò a spiegarmi la situazione il più velocemente possibile. Qualcosa di orribile stava per succedere. Non finì neanche di spiegarmi la situazione, che qualcuno spalancó la porta. Era Reiyel. Con uno schiocco di dita fece sparire Lian nel nulla. Mi voltai confusa e sconvolta, finalmente ricordai. Lui era quell’essere che mi aveva baciato ingannandomi. Iniziai a tremare e gli lanciai addosso la prima cosa che ebbi a tiro. La prese al volo e si avvicinò. Sentii un bruciore dietro al collo e pochi attimi dopo la mia mente iniziò ad essere sempre più confusa. Le sue labbra sfiorarono nuovamente le mie e mi giurò che mi avrebbe protetta dal mostro che mi aveva generata. Si riferiva a Lian, ma lui non aveva colpe. Ero stata io a voler diventare qualcosa di più. Lui aveva solo esaudito il mio desiderio. Le lacrime iniziarono a solcarmi il viso, non sentivo più il mio corpo. Reiyel mi prese e mi mise sdraiata nel letto. RImboccó le coperte e prima di lasciare la mia stanza mi chiese di non vedrlo più o la situazione sarebbe peggiorata. Non aveva internzione di tenrmi sedata per sempre. Chiuse la porta e quando i suoi passi risultarno lontani provai ad alzarmi dal letto, ma senza successo. Mi rassegnai all’idea che sarebbe stato un inferno, e mentre le lacrime offuscavano la vista, la mente si spense in un sonno tormentato.


𝟷𝟶

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