Dangerous game.


Sto correndo nel buio più completo. Nessuna luce o spiraglio di salvezza appare. Continuo, passo dopo passo, a correre sempre più veloce. Il fiato diventa corto e il cuore batte all’impazzata. Le gambe iniziano a tremare, non so da quanto  tempo sto correndo. Mi volto, quasi come se qualcuno fosse li ad osservarmi. Inciampo e cado a terra. Un dolore lanconante alla pancia avvolge tutti i miei sensi. Fatico ad inspirare. Tutti i muscoli si rilassano esausti. Riesco a girarmi a pancia in su. Apro gli occhi, li rivoglo al cielo color pece. Impprovisamente una piccola pallina luminosa appare. Inizio a scrutarla , notando con stupore che moltiplicano ad ogni battito di ciglia. In pochi attimi una brezza fresca pulisce il buio. Mi trovo sdraiata in un prato immenso. La notte serena e stellata mi avvolge. Un accenno di sorriso solca la mia anima stremata. Il leggero fresco permette ai pensieri di nascondersi e lasciare spazio ad un’appartente senso di pace. Una volta inspirato ed espirato profondamente, il mio corpo scivolò nella pace insieme alla mia mente. E proprio quando le stelle iniziarono a splendere come mai prima di quel momento, venni risucchiata dal suolo sottostante. In pochi secondi la pace lasciò spazio nuovamente al panico. Immersa nell’acqua più gelida al mondo. Nuotai per risalire, ma non ci riuscii. L’ossigeno terminò, così comne la mia vita. Persa la vita iniziai a scivolare verso l’abisso.

  Mi alzai di scatto. Mi guardai intorno e nulla di tutto ciò che era  accaduto poco prima sembrò essere successo veramente. Misi le gambe giù dal letto. I muscoli di tutto il corpo imploravano pietà. Feci un respiro profondo e provai ad alzarmi dal letto. I dolori furono così forti da non permettermi di restare in piedi. Caddi in ginocchio. Mi innervosii e tirai dei pugni al suolo. Questa era tutta colpa di Reiyel. Se non mi avesse drogata la sera precedente tutto questo non sarebbe successo. Nonostante tutto, mi mostri più forte di quanto potessi credere quando mi rialzai. I dolori lancinanti divennero parte di me, ma in qualche strano modo riuscii a non permettergli di buttarmi nuovamente giù. Era la prima volta che venivo sedata, e non era stato piacevole. Avrei fatto in modo che accadesse meno frequentemente possibile. Dovevo essere in forze, se mai avrei avuto l’ occasione di scappare da quel luogo. Mi avvicinai alla porta del bagno e la aprii. Non ricordavo ci fosse un bagno per camera, ero convinta fosse comuni. Non mi posi ulteriori dubbi ed entrai. mi lavai e mi preparai per andare a fare colazione, d’altronde erano solo le cinque di mattina. Avevo dormito molto per via dell’iniezione, quindi ero abbastanza riposata. indossai una jeans nero con degli strappi lungo le cosce, una canotta abbastanza larga grigia scura e una felpa nera aperta. Misi le mie solite scarpe nere sportive e inizia a truccarmi. Almeno per il primo giorno dovevo sembrare un’adolescente normale e che ama prendersi cura di se. Misi fondotinta chiaro, per risaltare la mia carnagione quasi cadaverica e ombretto nero in torno agli occhi, in modo da rendere i miei occhi azzurri ancora più profondi. Un tocco di viola leggero alle labbra carnose ed il trucco era fatto. Legai i capelli biondo cenere, quasi argentei, in una cosa di cavallo alta. Lasciai dopo scivolare due ciocche di capelli ai lati della fronte, ad incorniciarmi il volto. Mi guardai allo specchio ed una sensazione più che piacevole fece capolino nel mio cuore, ma passo in fretta quando sentii qualcuno bussare alla mia porta. Uscii immediatamente dal bagno e chiusi la porta dietro di me. Mi diressi all’ ingresso della mia camera e aprii. Era un’ infermiera del posto. Era alta e magra con lunghi capelli neri e occhi color fuoco. Non avevo mai visto nessuno così, ma era chiaro che il luogo dove mi trovavo non era normale. Mi diede delle pastiglie e mi disse di ingerirle davanti a lei. Le chiesi per cosa fossero, ma non mi rispose. Così le misi in bocca e feci finta di ingoiarle. Mi chiese di farle vedere la bocca e mi beccò subito. Pensavo fosse più semplice nasconderle, ma non fu così. Mi disse di buttarle giù a sarebbero dovuti ricorrere ad una seconda iniezione. Feci come mi diceva, e la seconda volta se ne andò, senza chiedermi di mostrarle la bocca. Come era possibile? Aveva sicuramente anni di esperienza, ma avrei potuto nuovamente nasconderle. Non gli diedi tanto peso. Alla fine mi trovavo rinchiusa in una specie di istituti psichiatrico, altro che riabilitativo.

Non appena ripensai al fatto che dovesse essere un luogo in cui avrei ripreso controllo del mio corpo dopo l’ incidente, mi resi conto di essere in piedi senza problemi. Gli unici dolori erano quelli inerenti al sedativo. Per il resto stavo benissimo. Ripensandoci già dal primo momento in cui avevo messo piede in quel luogo. Il tutto iniziò a sembrarmi strano. Ricordai poco dopo che Reiyel aveva fatto scomparire Lian solamente schioccando le dita. Avevo bisogno di risposte, così uscii di soppiatto dalla camera. Percorsi i corridoi che sembravano infiniti. Cercai di ricordare dove fosse l’ufficio del direttore, dato che il giorno precedente me lo aveva mostrato, ma mi persi. Iniziai a seguire le voci delle altre persone li, senza dare troppo nell’occhio. Ad un tratto delle grida di dolore richiamarono la mia attenzione. Provenivano da un’ala deserta e buia. Incuriosita mi addentrai e raggiunsi la porta dietro la quale si nascondeva il terrore udito poco prima. Avvicinai l’orecchio alla porta ma ciò che riuscii a sentire furono solo alte grida strazianti e dei bisbigli. Non appena udii dei passi avvicinarsi alla porta mi nascosi dietro ad una tenda li vicina. Sbirciai e vidi due infermiere allontanarsi dalla stanza e dirigersi verso un’altra ala. Così non appena furono svanite, mi intrufolai nella stanza. Un ragazzo era legato ad un palo di ferro. Era ricoperto di tagli molto profondi. Corsi istintivamente da lui, ma lui subito si spaventò. Gli dissi che ero nuova e che avevo sentito le sue grida. Poco dopo alzò lo sguardo e i suoi occhi colmi di dolore e rabbia incontrarono i miei. Mi chiese di aiutarlo, così lo slegai e lo trascinai a terra. Mi strappai un pezzo di canotta e cercai di tamponare le sue ferite. Gli chiesi cosa fosse successo e cosa fosse il posto in cui ci trovavamo. Perso nel dolore e nella rabbia ritrovò un barlume di lucidità e mi disse che non era ciò che credevo. Quello in cui ci trovavamo era un luogo oscuro, molto più di quanto io potessi immaginare. Inspiró profondamente e mi disse di scappare, poiché all’interno di quelle mura facevano esperimenti su coloro che riuscivano ad aiutare le anime a trovare la loro strada. Mi disse che noi eravamo essere strani, e che una volta creati nessuno, ne angeli ne demoni riuscivano a controllarci. Perciò una volta entrati all’ interno dell’istituto, se ci fossimo dimostrati oppositivi a loro ci avrebbero torturato per conoscere chi ci aveva generati. Ed una volta detto il nome del nostro creatore, venivamo uccisi, indipendentemente dal nostro credo. Ognuno di noi poteva scegliere al momento della propria rinascita se avere più sangue di demone o di angelo. Nonostante ciò la fine non cambiava. Mi guardò mi chiese di scappare, ma io non lo feci e fino al suo ultimo respiro restai accanto a lui. Appena fu passato oltre notai che non riuscii a vedere la sua anima tormentata. Il corpo divenne improvvisamente cenere e tutto svanì. A quel punto, mi alzai e corsi verso la porta. Riuscii a non farmi vedere a tornai nella mia stanza. Mi chiusi a chiave e mi infilai sotto le coperte. Iniziai a piangere. Quel povero ragazzo aveva avuto come ma una seconda opportunità ed era stato torturato per aver aiutato delle anime in pena. Iniziai a sentirmi strana. Un senso di paura pervase il mio corpo. Sarei stata vittima anche io di questo gioco malato?


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